Lettera a Limes sulle tute bianche

Mise en ligne décembre 2001
par  Wu Ming
Version originale italienne de Lettre sur les Tute Bianche

Spett.le redazione di LIMES,

Con riferimento all’articolo (disinformato e sciatto quant’altri mai) di Francesco Vitali sull’ultimo numero [3/2001, "I popoli di Seattle"], tralasciando il fatto che le tute bianche non sono MAI, nemmeno per un secondo, uscite dal Genoa Social Forum, che all’interno di quest’ultimo hanno piena legittimità e riconoscimento, che il GSF ha rifiutato qualunque logica di divisione tra presunti "buoni" e presunti "cattivi", e che la "dichiarazione di guerra" era un atto simbolico che ha avuto il merito di "stappare" la situazione, col governo che si è accorto di non poter cincischiare oltre...

... mi sembra che il fraintendimento di fondo sia sulla "disobbedienza civile" messa in campo dalle tute bianche, e più in generale, su cosa diamine siano le tute bianche medesime.

Preciso che non scrivo "a nome delle tute bianche", io do la mia interpretazione, che però è molto diffusa e condivisa dai più. Le tute bianche non sono un movimento, sono uno *strumento* approntato nel contesto di un movimento più vasto (quello dei centri sociali) e messo a disposizione di un movimento ancor più vasto (quello globale). Le tute bianche esistono ormai in decine di paesi. Le tute bianche non vogliono "istituzionalizzarsi" come corrente politica, né vanno identificate con Ya Basta ! o coi centri sociali del Nord-Est. Chiunque è libero di mettersi la tuta bianca purché rispetti (anche modificando le forme d’espressione) lo *stile* affermatosi : rifiuto pragmatico della dicotomia violenza/non-violenza, riferimento allo zapatismo, distacco dalle esperienze novecentesche, pratica del terreno simbolico dello scontro. Il motto rimane : "Ci siamo messi la tuta bianca perché altri se la mettano. Ci siamo messi la tuta bianca per potercela togliere". Qualunque ragionamento (critico o apologetico) che non parta da tale presupposto è viziato all’origine.

La tuta bianca non è una divisa, e l’immaginario che suscita non è, NON DOVREBBE MAI ESSERE di stampo militaresco. Chi si muovesse in quella direzione commetterebbe un grave errore politico/simbolico. La tuta bianca non è un’identità, un’appartenenza, un "intruppamento". La tuta bianca è uno strumento. Non si dovrebbe mai dire "Sono una tuta bianca", bensì : "Indosso la tuta bianca". Le tute bianche sono goffe, ridicole, più volte sono state paragonate agli omini della Michelin, vicendevolmente si scoppiano a ridere in faccia, quando la polizia carica non possono scappare e sono bersagli facili, è come investire in bicicletta una mucca in un corridoio. Il saluto semi-ufficiale delle tute bianche è ridicolo (un pugno chiuso col mignolo alzato), le azioni delle tute bianche sono quasi tutte volte a titillare l’ugola dei ridanciani, vedi le statue parlanti di Bologna. Gli slogan delle tute bianche sono ironici in un’accezione *calda* ("Peace & Love" associato a immagini di scontri, "Stiamo arrivando / bastardi stiamo arrivando !" cantato sull’aria di *Guantanamera* mentre si avanza a mani alzate sapendo che si prenderanno un sacco e una sporta di mazzate). Le narrazioni che le tute bianche scrivono su sé stesse sono auto-sarcastiche, come "La favola della scimmia bianca", scritta durante la Marcha de la Dignidad Indigena dell’EZLN, febbraio 2001.

Le tute bianche sono consapevolmente ridicole, e sinora è stata questa la loro forza. Quando cesseranno di esserlo, urgerà cambiare strumento. Ma per il momento le cose funzionano.

Riguardo al rapporto fra tute bianche e media : Vitali descrive una sorta di rapporto di subalternità delle prime nei confronti dei secondi. Non è così. Le tute bianche hanno sempre giocato d’anticipo, il più delle volte spiazzando gli stereotipi giornalistici. Ci sono stati appuntamenti dopo i quali e’ stato oltremodo difficile per i media presentare lo stereotipo degli "spaccavetrine", perche’ il comportamento e’ stato responsabile e se qualcuno faceva grosse cazzate si capiva che era farina del suo sacco personale, non di quello delle tute bianche etc. Mi riferisco a Mobilitebio, 24-26 maggio 2000 : in quell’occasione ci fu un fronteggiamento tra polizia e tute bianche, nel contesto di un corteo variegatissimo, eppure 1) nessuno prese le distanze dalle t.b. ; 2) il movimento non risultò comunque demonizzabile ; 3) uno sparuto drappello di dementucoli lanciò sanpietrini contro alcune vetrate, ma fu chiaro che erano soggetti auto-isolantisi. Lo scontro servi’ a scatenare il dibattito (ancora in corso) sugli OGM, e l’immagine diffusa fu talmente forte che poche settimane dopo passò la moratoria sul transgenico, con tanto di contrasti in sede di commissione europea.

Mi riferisco agli scontri bolognesi in occasione del NO-OCSE, giugno 2000 : le immagini diffuse dalla TV erano inequivocabili, mostravano tute bianche che *si proteggevano* con scudi dall’aggressione di agenti di polizia scalmanati, se non addirittura dopati. In quell’occasione non ci fu demonizzazione, anche perche’ il corteo, *responsabilmente*, non assalto’ McDonalds e affini. Mi riferisco a diversi articoli dalla corretta impostazione usciti sulla stampa internazionale dopo il corteo anti-FMI a Praga, settembre 2000. Mi riferisco alla mobilitazione contro il G8 sull’ambiente di Trieste, aprile 2001. Di fronte allo stolido ottimismo di Bordon e alle false promesse degli americani, le tute bianche urlarono che Bush non avrebbe MAI E POI MAI rispettato l’accordo di Kyoto. Quod erat demonstrandum. Nelle settimane precedenti, la stampa locale presentò "quelli dei centri sociali" come barbari che sarebbero calati sulla Venezia Giulia mettendola a ferro e fuoco. Il corteo fu pronto all’autodifesa, ma anche pacifico, ironico, ricco di inventiva. La sera, i TG furono costretti ad ammettere che non era successo niente di disdicevole, e a Trieste la cittadinanza si domando’ il perche’ di tanta militarizzazione e tanto allarme preventivo.

Anche nel caso della mobilitazione contro il G8, le tute bianche hanno dimostrato una grande capacità di spiazzare, costringendo i media a interpretazioni schizoidi e all’incapacità di collocare stabilmente le tute bianche tra i "buoni" o tra i "cattivi". D’altro canto, che le tute bianche siano tirate in ballo troppo spesso e a sproposito è altrettanto vero, ma è un effetto collaterale (sgradito, ve l’assicuro) di una "cura" che al movimento ha fatto e sta facendo bene. Non commettiamo il solito errore "situazionista", che appena qualcuno comincia a capirti e il tuo messaggio "prende" significa che ti stanno fottendo, che ti "recuperano", che fai parte dello "spettacolo". Quest’impostazione è una macchina retorica che giustifica l’inazione e l’elitarismo, e va rifiutata. [Casomai, risulta molto più utile il concetto di "egemonia" definito da Gramsci e perfezionati dagli studiosi di sottoculture e stili pop della Scuola di Birmingham, ma questo è un altro discorso...]

Il problema (relativo) della sovra-esposizione mediatica può essere risolto "raddrizzando" continuamente la rotta, non trovandosi mai dove ti aspettano (e checché ne dica Vitali, è proprio quello che è successo con la "dichiarazione di guerra").

Dicono che sei violento ? Tu scompagini completamente il dibattito su violenza e non-violenza, proponendo forme che non rientrano in nessuna delle due categorie. Dicono che sei una minoranza estremista ? T’infiltri nella cultura pop, costruisci consenso, metti in crisi le rappresentazioni ordinarie. Cercano di contrapporti al Black Bloc ? Tu difendi quest’ultimo, smontando le calunnie e gli stereotipi. Cercano di descrivere la parte come se fosse il tutto, dicendo che le tute bianche *sono* il movimento, e così cercano di inchiodarti a un "dialogo" che tanto meno ha senso tanto piu’ viene mediaticamente strombazzato ? Tu precisi che non c’e’ bisogno di "dialogo", che il governo deve limitarsi a garantire l’essenziale e che comunque la linea rimane la stessa : bloccare il G8 ora e per sempre. Ti infilano dappertutto come il prezzemolo ? Silenzio-stampa. Ti chiedono pareri anche sulle cose che non fai tu ? Tu dici che sei solo una parte del movimento, e che tocca agli altri spiegare ciò che fanno.

L’intero ragionamento di cui sopra è basato su informazioni accessibili nella sezione "From the forum" di www.tutebianche.org, che raccoglie i messaggi più significativi del gruppo di discussione "Referendum". Bizzarro che Vitali non ci abbia dato un’occhiata, dato che il soggetto del suo temino era : "Vita e morte dei gruppi antiglobalizzazione al tempo di Internet".

Faccio infine presente che, da Seattle in poi, se siamo qui a parlare di un vero e proprio "movimento", e non di una semplice rete di associazioni (a maglie tanto larghe che non la si identifica nemmeno come rete), e’ anche soprattutto perche’ centinaia di migliaia di persone hanno messo a rischio i loro corpi, rischiando le bastonate, l’intossicazione da lacrimogeni, e ora anche le pallottole.

Cordiali saluti e buon lavoro,

Roberto Bui, 30 giugno 2001



Cosi comincio a cadere l’impero

Moltitudine et principio di individuazione

Multitud y principio de individuación
Fascism in Genoa
G8 de Gênes : témoignage de Starhawk
Garder le cap
Lettera a Limes sulle tute bianche
Désormais sans les « tuniques blanches »
The Deleuze Connections
Die Logik der wehenden Fahnen
Une Intifada des femmes
Building peace

rechercher dans le site


Multitudes  web    

se procurer la revue

plan du site

RSS 2.0 Suivre la vie du site


De Wu Ming :
Cesare Battisti ce que les médias ne disent pas

Cesare Battisti : quello che i media non dicono

Lettre sur les Tute Bianche

Lettera a Limes sulle tute bianche