La chiusura del summit di Bruxelles sul processo costituente europeo ha visto prevalere gli egoismi nazionali e l’incapacità dei governi di guardare al vecchio continente come uno spazio politico globale capace di contrastare l’ideologia dominante neoliberista che ha nella guerra preventiva la sua punta di diamante.
Il documento finale del forum sociale europeo ha ribadito la sua opposizione alle politiche economiche dell’Unione europea, ma ha rivelato l’impossibilità di elaborare una piattaforma di proposte in direzione di un federalismo basato sul welfare state e su diritti sociali di cittadinanza su base cosmopolita
Tre anni dopo Nizza si è costretti ad assistere allo « spettacolo pietoso » del summit di Bruxelles dello scorso fine settimana, il cui bilancio appare « nullo e inquietante » (secondo l’efficace, ancorché brutale, commento contenuto in Libération di ieri). Quanto accaduto a Bruxelles - nella febbrile attesa del match di coppa intercontinentale di domenica mattina, che a quanto pare era stato preso a parametro del limite massimo di durata delle trattative intergovernative, per volontà del presidente di turno del consiglio europeo (così osserva Le Monde del 13 dicembre) - merita ulteriori e più approfondite riflessioni. Per ora basti rimarcare l’incapacità delle burocrazie governative di raggiungere un accordo sul « progetto di trattato costituzionale » elaborato negli scorsi due anni dalla Convenzione europea. L’opposizione del governo spagnolo e di quello polacco (ossessionati dallo spettro delle loro prossime elezioni nazionali) riguardo all’immodificabilità della ponderazione del diritto di voto in seno al Consiglio dei ministri, così come era stato previsto a Nizza nel dicembre 2000, nasconde una incapacità di tutte le classi dirigenti nazionali di pensare lo spazio continentale come dimensione politica post-statuale. L’Europa spaccata sull’intervento armato in Iraq riproduce all’infinito le proprie divisioni, paventando un’Unione a due velocità arroccata sull’asse franco-tedesco. È un’ulteriore vittoria dei gelosi sovranismi delle burocrazie governative, che da una parte mantengono assolutamente afona l’Unione europea nel contesto globale (con ciò rallegrando l’attuale amministrazione statunitense), mentre dall’altra rendono palese quanto i funzionalismi economici abbiano terreno fertile nell’assenza di una costituzione politica.
Ciononostante di fronte all’attuale stallo del processo post-convenzionale e dopo il Forum Sociale Europeo di Saint Denis una parte dell’opinione pubblica critica del vecchio continente continua ad interrogarsi su quali possano essere le connessioni tra le rivendicazioni e l’agire dei movimenti sociali e l’odierno contesto istituzionale continentale in caotica e parziale transizione, anche per ragionare sulle virtualità sopite in tale contesto, soprattutto partendo dalla consapevolezza, recentemente sottolineata su queste pagine, che « lo spazio pubblico europeo è contraddistinto da conflitti portati avanti da movimenti sociali che hanno la `democrazia assoluta’ come opzione di fondo » ; il che « non sarà moltissimo, ma è già molto » (il manifesto, 20 novembre 2003).
Per i movimenti sociali si evidenzia una difficoltà strutturale nel rintracciare interlocutori di livello continentale adeguati ; e non potrebbe essere diversamente, dato che le loro istanze da ormai un quinquennio hanno provato a rimettere in discussione i paradigmi economici, politici, istituzionali esistenti. D’altra parte se l’eccedenza delle rivendicazioni dei movimenti sociali sembra irriducibile alle vecchie mediazioni politiche, l’attuale panorama (istituzionale ed elettorale) europeo appare nella sua generalità talmente desolante da invocare l’insegnamento del ronin-maestro-massaggiatore Zatoichi (narratoci nell’ultimo film di Kitano), il quale, con il suo fare sardonico e timido, consiglierebbe alle opinioni pubbliche critiche d’Europa di chiudere gli occhi : prima di tutto per non vedere - e quindi comprendere al meglio, ovvero poter travisare - la realtà circostante, ma soprattutto per aguzzare i restanti sensi e rendere almeno vagamente possibile l’intervento risolutore della buona sorte.
I documento uscito dall’assemblea conclusiva del Fse appare comunque come l’ennesima riproposizione dei pur sacrosanti « no al neoliberismo e no alla guerra » ; come se si fosse intimoriti dall’eventualità di mettere i piedi nel piatto di un processo di trasformazione istituzionale continentale che viene percepito come oscuro, incomprensibile e lontano. L’eccessiva timidezza dei movimenti sociali ad articolare una piattaforma (per quanto provvisoria ed aperta) di rivendicazioni che leghi locale, continentale e globale stride con la loro innegabile capacità di mobilitazione a livello continentale (Le Monde lo scorso 14 novembre osservava che nessun partito francese avrebbe attualmente la capacità di riunire per cinque giorni consecutivi più di 50.000 persone).
In realtà questa interpretazione potrebbe apparire semplicistica e fuorviante, perché negli ultimi tempi si è assistito ad un lento e faticoso processo di pensare altrimenti l’Europa. Europe constituante ? in modo volutamente interlocutorio è infatti titolata un’ampia sezione del numero 14 della rivista francese Multitudes, che attraverso dieci interventi si interroga sulla possibilità di declinare diversamente l’idea di Europa. A cominciare dal legame che il direttore della rivista Yann Moulier Boutang istituisce tra l’altermondialisation e l’altereuropéisation (per utilizzare la sua terminologia), al fine di spezzare gli indugi in favore di quell’opinione pubblica continentale in virtù della quale « sono possibili delle alleanze, per andare verso più Europa e soprattutto verso un’altra Europa ». Come in altre occasioni, nell’intervento di Yann Moulier Boutang traspare una lettura radicale del federalismo democratico continentale che qui si innesta « sulla tradizione americana dell’Unione, sul suo momento costituente » e può divenire principio ispiratore di un modello europeo a venire, in cui sia possibile combinare protezione sociale, tutela dei diritti, nuove forme di democrazia. Ciò impone un ripensamento, se non addirittura un superamento, del tradizionale ragionare sull’identità europea, aspetto sul quale si soffermano Franco Berardi (Bifo) (« per un’Europa minore ») e Y. Citton (« verso un’Europa post-identitaria ») nella loro comune critica all’ormai celebre testo europeista di Habermas e Derrida del giugno scorso, accusato (pur tenendo nella giusta considerazione il valore non solo simbolico di questo intervento) di « eccessiva postura moralista » e di un punto di vista esageratamente appiattito sulle « problematiche identitarie ».
È questo un nervo scoperto che attraversa la riflessione sull’Europa, come si evince dall’intervista di Antonella Corsani a Rosi Braidotti (« l’Europa può farci sognare ? »), la quale parte proprio dal tentativo di immaginare « un’identità europea post-nazionalista », recuperando « le tesi fondatrici di Spinelli » e combinandole « con una lettura del soggetto nomade inspirato alla filosofia post-strutturalista » ; in questa prospettiva Braidotti auspica l’apertura di « dialoghi crescenti » tra i « movimenti attuali e le altre teorie politiche radicali, come il femminismo ed il post-colonialismo ».
Questo volume di Multitudes sembra quindi contribuire all’elaborazione di un nuovo vocabolario politico, culturale e di immaginario sociale continentale, affiancandosi alle riflessioni e pratiche di quei movimenti sociali che pongono l’orizzonte europeo come spazio dal quale ripartire per praticare lotte globali per i(l) diritti/(o). È così che sembra si possa contribuire a definire l’altra Europa immaginaria e da immaginare, riempiendo il rifiuto del neoliberismo - e del paradigma della guerra globale permanente che lo innerva - con ulteriori rivendicazioni, che potrebbero alludere ad una piattaforma rivendicativa con portata costituente continentale. Tutto ciò quando a livello comunitario è lo stesso processo convenzionale « che ha offerto l’occasione di discutere di quello che dovrà essere l’Europa », per dirla con Daniel Cohn-Bendit, che in un articolo scritto con Alain Lipietz ha parlato di edificazione dell’Europa politica come « primo passo verso un’altra mondializzazione » (Le Monde, del 19 settembre 2003). Cohn-Bendit (in parte anche nell’intervista contenuta in Multitudes) e Lipietz si schierano apertamente per un cortocircuito tra il protagonismo dei movimenti sociali e l’attuale transizione istituzionale comunitaria, spingendosi fino ad auspicare un vero e proprio confronto delle opinioni pubbliche continentali con il progetto di trattato costituzionale attualmente congelato dalle diplomazie governative.
È questo uno snodo sul quale varrà la pena tornare con maggiore puntualità ; ma di fronte alla richiesta di più Europa e di un’altra Europa, per avviare processi continui di trasformazione del dis-ordine globale chiuso nella morsa liberista, il passaggio necessario sembra essere quello di un’Europa politica vissuta dai movimenti come terreno di riappropriazione di spazi politici e di rivendicazioni programmatiche continentali e globali. Quasi che sia possibile alludere ad una costituzione materiale dei movimenti sociali per l’Europa a venire, che permetta sin d’ora di intromettersi tra le gelosie intergovernative ed i funzionalismi tecnocratici, con una chiara opzione nel senso di un federalismo continentale critico, cooperativo e solidale. Che di fronte al tracollo di quello che è stato definito lo « stupido » patto di stabilità sia possibile proporre un’inversione di tendenza rispetto alle attuali scelte economiche e monetarie, avviando un confronto pubblico sugli auspicabili strumenti comunitari per rilanciare politiche sociali continentali, magari trovando anche « il coraggio di proporre il reddito di cittadinanza » (per riprendere il titolo dell’intervista allo studioso Philippe Van Parijs nel numero 78 della rivista Reset) e di pensare a come articolare un nuovo Welfare continentale. L’attuale nebulosa europea, ostaggio delle burocrazie governative e delle loro ossessioni « sovraniste », impone dunque una presa di parola collettiva dei movimenti sociali e di quella parte (esistente e da elaborare) di pensiero critico disponibile a rimettersi in discussione per proporsi sia come il reale meccanismo costituente dell’Europa politica e sociale, ma anche come vie di fuga, rispetto agli attuali processi comunitari.
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Il Manifesto, 16 dicembre 2003