Cosi comincio a cadere l’impero

Mise en ligne décembre 2001

Mentre si preparava Genova, il Corriere della Sera e altri giornali ripresero l’infame e ingenuo "rap" di Pasolini su Valle Giulia, quello sui poliziotti "figli del popolo" e gli studenti "figli di papà". Ma la situazione s’era rovesciata, anche se i nostri nuovi Ojetti (giornalisti di successo e del tutto unisoni al potere... parlo dei vari Stella e Merlo e della sindrome retorica che li caratterizza) non se ne sono accorti. Il lavoro di Genova è infatti precario. I giovani che hanno manifestato a Seattle, a Göteborg, a Quebec City, a Genova son davvero "figli del popolo", non hanno né avranno un salario duraturo, mentre invece i poliziotti di Genova son pagati a tempo indeterminato, con laute indennità nelle situazioni scabrose, con pensione a 45 anni e certezza di un altro lavoro non appena i loro capelli ingrigiscono. È strano che i protagonisti di regime non comprendano queste piccole novità : il lavoro di Genova è quello di "operai sociali", mobili flessibili poveri intelligenti aleatori radicali... È questa una nuova composizione del proletariato, ovvero - come si usa dire oggi - della moltitudine, di una moltitudine "con i capelli corti" e con il P.C. ("personal computer", ovvero un’autonoma capacità di lavoro, ovvero portarsi nel cervello lo strumento di lavoro e non aver bisogno che il padrone te lo impresti in cambio del lavoro). Questa gente non capisce perché deve avere un padrone e soprattutto non capisce perché il capitalismo, il mercato capitalistico, la globalizzazione capitalistica degli scambi debbano essere considerati "naturali", necessari ed essenziali, sicché i poveri negretti sono messi ad un lavoro da schiavi mentre i proletari dell’Occidente sono lasciati senza un lavoro. Non capisce perché il G8 gestisce un mondo dove la povertà è divenuta una condizione comune, e l’ostentazione della ricchezza e il potere che la garantisce sono diventati la sola morale. No. Questa situazione indigna. La moltitudine di Genova è povera e indignata. Per evitare ulteriori disastri sarebbe bene che Stella e Merlo ricordassero quanto, nell’epoca lontana in cui Piero Ottone dirigeva il Corriere della Sera, Goffredo Parise scriveva in prima pagina : "Una cosa veramente bellissima sarebbe che i "borghesi" (quelli che si offendono, quelli che scrivono lettere ai giornali) capissero una volta per tutte che i poveri hanno sempre ragione, in tutti i sensi e in tutti i campi".

I sociologi militanti ci dicono che la precarizzazione è femminile. Il lavoro si fa femmina con la precarizzazione, esprime cioè quella confusione di produzione e riproduzione, di lavoro e servizio che (da tempi immemorabili) caratterizza il lavoro delle donne. Confusione del tempo della vita e del tempo del lavoro. La moltitudine precaria che stava a Genova, e che la violenza dello Stato e l’arroganza del G8 hanno spinto in un’orgia di repressione, era femminile. Femminile fu dunque sottrarsi allo scontro. Agnoletto e Casarini, nell’assemblea dello stadio, hanno raccolto questa sensibilità, rifiutando la continuazione dello scontro nella notte, dopo l’assassinio di Carlo Giuliani. Se non lo avessero fatto, ancor di più saremmo sprofondati nel caos e nella morte. Ricordo qualche notte di guerriglia urbana nei primi anni ’70 : tra Mirafiori e Nichelino, a partire da Corso Traiano, oppure a Porto Marghera, sui ponti per Venezia, o ancora sulle barricate che difendevano le occupazioni delle case, dei quartieri, a San Basilio o a via Tibaldi... In ogni luogo, di notte, la polizia sbandata e impaurita era diventata una bestia feroce. Anche noi eravamo cattivi, resistevamo come guerriglieri. Ma adesso è tutto diverso. Non ci sono avanguardie ma moltitudini sulle barricate, non ci sono i black bloc esaltati ma lavoratori precari, mobili flessibili poveri intelligenti aleatori radicali... Donne e ragazzi. Molti portano l’orecchino. Tanto orribile e orribilmente simbolico, quanto l’assassinio di Carlo Giuliani, è lo strappo di un anello dal naso di una ragazza incarcerata a Bolzaneto. La parola d’ordine della stragrande maggioranza dei manifestanti di Genova fu dunque quella di sottrarsi alla violenza. È la traduzione del desiderio del proletariato sociale e precario di sottrarsi allo sfruttamento del lavoro. Una parola d’ordine di esodo : no alla violenza e al lavoro. Andarsene da questa mefitica atmosfera di violenza, nella quale si trovano così bene fascisti e poliziotti, G8, diplomatici e cinici giornalisti... andarsene, rompere il rapporto, rifiutare la comunicazione, far saltare la possibilità di stabilire con noi un rapporto di comunicazione... Così caddero gli Imperi. Leggete Gregorovius, ma già prima Montesquieu e Gibbon.

C’erano un sacco di frati suore e preti, nonché di giovani cattolici e protestanti e anche musulmani (a differenza del ’68, mancavano i giovani ebrei, perché ?). Un movimento religioso, questo di Genova ? Un movimento organizzato sulla compassione ? Ai padroni capitalisti, che quando hanno paura del desiderio e dell’utopia, sanno essere atei e massoni, è parso così. Idiozie. C’è una religione che va verso l’alto, verso le delizie mistiche e le nebbie del new age, - questi signori compassionevoli furono sicuramente assenti da Genova. C’è di contro una religione che si assembla in basso, che non è compassione ma fratellanza, passione vissuta con gli altri, i poveri, gli afflitti, gli sfruttati, i precari e i depressi, i soli e i malaccompagnati, i carcerati e - come dicono spesso la Torah ed il Vangelo - con le vedove... È una religione dei corpi, una religione che ha una compassione biblica della donna che ha perduto l’uomo con il quale godeva. Quest’ultimo tipo di religione era davvero presente a Genova. E fu bellissimo vedere don Ciotti e don Gallo danzare il rito degli indiani della prateria e del desiderio. È in questi momenti, nei quali la compassione diviene costruzione di un destino comune, nei quali generosità e dono si oppongono alla ragione di scambio mercantile - non nell’ipocrisia di buie chiese ma nella chiarezza di una protesta gridata a livello globale, mondiale, missionario... - ecco, è in questi momenti che la religiosità si rivela. Essa fa parte, necessariamente, di quel gran movimento di esodo dal capitalismo che le moltitudini di Genova stanno disegnando.

Attorno a Genova si sono mossi i fantasmi del passato. Zombies. Partito di lotta che è diventato solo partito di governo, il caso dei Ds è stato particolarmente imbarazzante. Non parlo della linea schizofrenica tenuta nei confronti del Genoa Social Forum, né delle minacce rivolte a quei militanti (soprattutto sindacali) che volevano partecipare alle manifestazioni. Il problema è altro, riguarda la compromissione profonda di questa forza politica (già nella sua tradizione) con le istituzioni statali e sociali della disciplina e del controllo. I Ds (come i loro progenitori del Pci a partire dal secondo dopoguerra) non hanno mai considerato la protesta popolare come una forza autonoma che si contrappone alle istituzioni capitalistiche né come l’espressione di una potenza che manifesta autonomamente la propria etica e il proprio progetto di civiltà. Al contrario : la protesta popolare doveva (e deve) essere sempre trattenuta dentro un compromesso politico con lo Stato. Ciò poteva essere comprensibile (ma non giustificabile) quando il Pci si poneva in uno schieramento internazionale, nel quale appunto il compromesso rappresentava la regola adeguata al reciproco "containement" dei blocchi... Riprendere e rinnovare oggi questo schema, quando non ci sono più l’armata rossa né la vittoria di Stalingrado a sostenere un disegno strategico, quando la caduta del muro di Berlino ha registrato la natura cancerosa dei compromessi burocratici nell’evoluzione del "socialismo reale" - bene, rinnovare, com’è stato fatto e come sarà ancora fatto, quello schema di compromesso, significa oggi solamente essere corrotti. Genova ha rivelato la corruzione delle forze politiche dell’opposizione quando hanno assunto il ricatto sull’ordine pubblico, la mistificazione propagandista sulla "violenza", o addirittura la difesa della globalizzazione capitalista, come criteri per svalutare il movimento. Ma il movimento di Genova - che viene da Seattle e dalle foreste del Chiapas, dai quartieri di Los Angeles e dai banthustan dell’apartheited,
- il movimento di Genova è l’armata a cavallo di Budyenni...

Sono crollati davanti alla fotografia. Il controllo sociale postmoderno vuole essere sottile e continuo, finge la trasparenza. Qui invece i corpi tumefatti e i manganelli inferociti son posti in un nesso causale diretto e orribile che riporta l’immagine del controllo all’incubo del supplizio. Berlusconi è proprio un ignorante : faceva soldi nell’edilizia, in quegli anni lontani, quando i giornali e le Tv americane tentavano (invano) di bloccare la diffusione delle fotografie dal Vietnam e il disfattismo rivoluzionario che esse inducevano... Avrebbe dovuto tuttavia ricordare la formidabile strategia mediatica messa in atto, durante "la tempesta nel deserto" da Schwarzkopf, dal Pentagono e dalla Cnn - la visione, l’immagine, e quindi la sofferenza e la morte, furono allora evacuate attraverso una rigida ed estetica censura. Meglio Sgarbi che De Gennaro, caro Berlusca, a dirigere una polizia all’altezza dei tempi... A Genova le più sofisticate tecniche del controllo mediatico sono saltate. Ogni ragazzo aveva una camera. Inflazione da fotografia, inflazione di corpi e di singolarità, inflazione di crudeltà e di stupidità. Da un lato il Black bloc e la polizia, mai uno sguardo (neppure della Bianca Berlinguer e del Toni Capuozzo) sull’enorme prestanza del corteo. Ma la moltitudine è singolare, e ogni singolo aveva un camera : ecco dunque una moltitudine di fotografie che si rivela arma più acuminata di un manganello trasformato in strumento di tortura. Tutti guardavano, a Genova, ma nessuno era un guardone. Il Grande fratello si è a Genova liberato dai suoi padroni, dagli specchi e dal narcisismo e dalla perversione. Guardare era resistere, era produrre un’immagine contro il controllo, una parola contro il linguaggio del potere.

Lo confesso : ho amaramente sorriso quando ho visto la diretta del pogrom poliziesco alla scuola Diaz-Pertini... Il giorno dopo, parlando con un compagno che ha fatto un ventennio di galera, insieme di nuovo amaramente sorridemmo mentre ci arrivavano le notizie di quello che era avvenuto a Bolzaneto. Queste carneficine non sono frequenti ma neppure rare nelle carceri italiane : sono, per così dire, normali in caso di necessità. Per quanto personalmente mi riguarda posso testimoniare di almeno tre massacri visti in carcere, negli anni lunghi della mia detenzione, a Rebibbia, a San Vittore e nel supercarcere di Trani... Ogni carcerato e ogni militante a favore dei carcerati, sia prete o laico, può testimoniare decine se non centinaia di casi di tortura e di violenza indiscriminate. Il caso di Sassari fu l’ultimo, l’anno scorso, la documentazione dell’Associazione Antigone è impressionante. Ora tutti hanno visto quale e quanta possa essere la violenza che gruppi di giovani poliziotti, aizzati, sanno esprimere. A Trani il sangue era spalmato in maniera omogenea sui muri dei "passeggi" e c’era più gente con le dita spezzate nel tentativo di proteggere la testa dai colpi dei manganelli che teste indenni. Ci scappava da ridere, con il compagno di galera : qui almeno, alla Diaz, a Bolzaneto, ci sono medici che passano fingendo di curarti ; da noi, allora, si stette tre giorni e tre notti all’addiaccio senza vedere un medico. Fu un Natale raccapricciante ma diverso ! Evviva ! A Genova era pieno di registi cinematografici : aspettiamo i loro prodotti. I film americani ci mostrano bestie-poliziotti in azione nelle carceri. Speriamo che il cinema italiano abbia, un giorno non troppo lontano, la verità di quello americano. E soprattutto, dietro il mio amaro sorriso, c’è un desiderio : che i nostri gentili intellettuali, la nostra intelligente sinistra, i nostri sognanti terzomondialisti facciano una capatina nelle nostre carceri. "I care !". Diaz e Bolzaneto non sono un eccezione... se poi qualche cineasta volesse occuparsi di galere, seriamente, il mio compagno ed io, con una frustrata ironia potremmo da subito offrire due sceneggiature : l’una su massacri indiscriminati e su trasferimenti turbolenti da carcere a carcere ; l’altra sui pazzi (gente che era matta o che lo è divenuta in carcere) chiusi nelle carceri... Sceneggiature gratis. Cose forse più orribili di Diaz e Bolzaneto... Perché occorrono cose mostruose affinché un movimento esca di verginità ?

È strano come tutto vada in fretta. Il giorno dopo il massacro di Genova. Mi chiama un compagno per raccontarmi quello che lui ha vissuto. Conclude il discorso dicendomi, intempestivamente : Bisogna tornare al sociale... in autunno dobbiamo essere pronti a resistere, a rispondere, a lottare ! È strano come tutto vada in fretta : quello stesso compagno, solo un mese fa, mi avrebbe fatto un discorso quasi pessimista, carico di sensi acuti di difficoltà o di impossibilità... Ora mi parla dei contratti degli operai metallurgici : cose che credevo perdute in un’altra eroica epoca ! Invece no : il compagno aggiunge che i sindacalisti hanno ormai compreso che non si tratta solo di difendersi ma soprattutto di costruire un fronte comune con quelli di Genova, i precari mobili flessibili poveri intelligenti aleatori radicali... Reagisco esprimendo qualche dubbio. Mi risponde : se i metallurgici non si alleano con i precari, fra qualche anno saranno anche loro tutti precari... Il sillogismo torna : il padronato spinge la classe operaia al precariato ; la via di resistenza indicata dal sindacato (la fuga corporativa, la costruzione di una aristocrazia operaia) non tiene, meglio, la sconfitta sta per essere definitivamente sanzionata, in autunno, nella globalizzazione ; che fare, allora, se non anticipare un fronte forte di tutti i precari (anche metallurgici) ? Prego il mio compagno di non semplificare troppo le cose. Mi resta tuttavia in testa che questa soluzione è la più logica e che, comunque, vista la velocità che ha preso la nostra storia, quell’anticipazione paradossale del destino degli operai della "old economy" non costituisce solo una conclusione logica ma una possibilità concreta... Non hai visto, incalza il mio compagno metallurgico, quanti erano i giovani lavoratori della "old economy", i "nuovi assunti" fra la gente di Genova ? Certo, non puoi aver visto : erano indistinguibili dagli altri. Erano sussunti dai loro coetanei precari, la classe operaia si ritrovava nella moltitudine. Così la ricomposizione delle lotte si fa nel segno della moltitudine e quando si parla (come Genova ci impone di farlo) di un nuovo "ciclo di lotte", questo è egemonizzato dalla moltitudine.

Nelle giornate di Genova, dei compagni scherzavano : "se la sinistra vuole riconquistare Bologna deve allearsi con i Wu Ming". Ma altri ribattevano : "che un cammello passi dalla cruna di un ago, è più facile che non vi passi la sinistra !". La cruna dell’ago l’avevano infatti costruita i Wu Ming... Quanta saggezza in quei giorni di Genova : vecchi compagni comunisti riconoscevano che il compromesso democratico non solo non paga ma cercarlo è, nella globalizzazione, operazione masochista ; dunque, concludevano, dobbiamo aprirci al movimento dei movimenti, dobbiamo apprendere da esso e cominciare a respirare un po’ d’aria buona... Ma perché il movimento dovrebbe accettare questa alleanza quand’anche fosse, onestamente, davvero proposta ? Il movimento agisce già sul terreno globale, i suoi tempi, le sue lotte sono definite nella globalizzazione. Esso è nomade, la sua strategia è quella dell’esodo dalle prigioni nazionali, è un gran serpentone che collega nel suo movimento, e ibrida e trasforma, gli spazi e i tempi della Terra. Esso riconosce il Sud nel Nord e il tempo della rivoluzione dentro le metamorfosi del modo di produzione. Questo movimento è egemone : lo trovi, senza contraddizione, nel centro dell’Europa e nel mezzo delle foreste del Chiapas ; negli States e nei deserti e nelle megalopoli africane ; nelle rivolte degli studenti indonesiani e nel crescere di una resistenza indignata dell’intellettualità russa... La sinistra italiana ha una sola possibilità : mettersi al servizio di questo movimento egemone. (D’altra parte questa riallocazione dei poteri, fra sinistra e movimento dei movimenti, è già iniziata, ben prima di Genova. A Genova si potevano già vedere molti deputati e molti amministratori locali il cui riferimento politico non son più i vecchi partiti parlamentari ma il movimento. La legittimazione dell’azione amministrativa è data dai bisogni che i movimenti interpretano, si piega e si conforma alle esigenze di movimento e alla generosità degli operatori di base... Nella mondializzazione la "traslatio" dei poteri si sta realizzando in due sensi : da un lato c’è il potere imperiale ; dall’altro c’è il movimento di riappropriazione della ricchezza e della libertà... Cosa ci sta a fare la sinistra e la sua lugubre tradizione, qui in mezzo ? Il comunismo è una cosa troppo seria per lasciarla ai cammelli. Viva i Wu Ming !).

Il massacro di Genova non viene dal niente, dal caso, non è un "inconveniente". È stato deciso. La stampa si è sbizzarrita. Ipotesi : è stato deciso da Fini contro Berlusconi, dai Carabinieri contro la Polizia, da Guzzanti contro Ferrara... Sciocchezze. Alla base di questa decisione, come spesso avviene, non c’è una volontà chiara ma un’oscillazione di intenti : qual è il governo mondiale che vogliamo, si chiedono politici e poliziotti ? L’azione repressiva segue alla risposta che essi danno al quesito. Le alternative sono (meglio, sembrano essere) due. C’è da un lato il modello che fino ad oggi pareva vincente, quello di un Impero aristocratico, dove aristocratico significa la finanza internazionale e le multinazionali produttive. In questo modello l’aristocrazia media fra un potere monarchico centrale (sommariamente, esso è oggi soprattutto rappresentato dalla capacità militare, monetaria e comunicativa del presidente Usa, dalle tre Roma che lo costruiscono : i militari di Washington, i finanzieri di New York, i commedianti di Los Angeles) e una democrazia che, attraverso l’Onu, le Ong, i movimenti, si esprime sulle piazze del mondo. V’è dunque un movimento che modera il potere imperiale : a questo movimento è opportuno lasciare spazio. Ma c’è un’altra ipotesi un po’ più reazionaria. Non sono Fini e Baget-Bozzo che l’hanno prodotta, né i loro accoliti nelle polizie e nelle chiese, ma capita che ci si trovino bene dentro - per tradizione ideologica o teologica. È l’ipotesi dell’Impero bizantiso le quali si produce del valore a partire dal lavoro e dalla terra si chiudono in maniera mistica. Nelle grandi conchiglie absidali che racchiudono i mosaici bizantini, c’è il sovrano, circondato dai dodici apostoli e dai segni dell’Apocalisse. Insomma c’è gente (al potere) che pensa che la libertà di produrre e di appropriarsi della ricchezza, da parte dei padroni, sia senza limite, e che questa libertà vada protetta in maniera assoluta. Nel presente e nel futuro lo scudo spaziale significa questo : un investimento contro l’a-venire, contro ogni resistenza a-venire. Torniamo a noi. A Genova hanno vinto, sul lato del potere, i bizantini, i fascisti, i clericali ; ma non quei piccoli italici inservienti (quei caporali, avrebbe detto Totò) che si mostrano fra Palazzo Chigi e Montecitorio : la cosa è più pericolosa perché è al centro dell’Impero che si ragiona su queste alternative. Ma Genova risponde anticipatamente : essa è una discesa di barbari, un’eruzione vulcanica, la sola innovazione possibile.

La morte di Carlo Giuliani : anche questo è Genova. Un semplice ragazzo che risponde alle provocazioni della polizia, del potere bizantino, armandosi di quello che trova per strada, sassi e bastoni. Viene ucciso. È assassinato. Lo si accusa di essere violento : ma è violenza indignarsi ? Spinoza definisce l’indignazione come l’odio verso qualcuno che ha fatto male a un altro. E aggiunge che nell’indignazione sembra mostrarsi una specie di equità. Ma oggi, oltre Spinoza, v’è un ridondare, un’eccedenza di amore che circola nella società dei giovani, nel nuovo modo di produrre, nella nuova composizione di classe, fra quegli uomini precari poveri intelligenti che sono l’innovazione del mondo - v’è dunque un’eccedenza di amore che va oltre l’equità dell’indignazione. Nell’estremo sacrificio di Carlo Giuliani noi leggiamo una violenza trasfigurata da amore. Avevamo prima detto che il movimento tesseva la sua soggettività sul lavoro femminile, meglio, su un lavoro che si era fatto donna. Anche nella tragedia di Carlo Giuliani leggiamo questo amore debordante e smisurato : la povertà che è vicina al morire, riorganizza nel morire il suo amore per il mondo, per la trasformazione, per l’a-venire.



Cosi comincio a cadere l’impero

Moltitudine et principio di individuazione

Multitud y principio de individuación
Fascism in Genoa
G8 de Gênes : témoignage de Starhawk
Garder le cap
Lettera a Limes sulle tute bianche
Désormais sans les « tuniques blanches »
The Deleuze Connections
Die Logik der wehenden Fahnen
Une Intifada des femmes
Building peace

rechercher dans le site


Multitudes  web    

se procurer la revue

plan du site

RSS 2.0 Suivre la vie du site


De Toni Negri :
Lettre à un ami tunisien

Le monstre politique. Vie nue et puissance

Giselle Donnard nous a quittés

Le rapport capital/travail dans le capitalisme cognitif

La démocratie contre la rente

Inventer le commun des hommes

El regreso de la política

Quella potenza costituente di uno stato nello stato ?

Les Modulations chromatiques du biopouvoir au Brésil.

América latina está viviendo el momento de una ruptura.